Day 15-18: Entrare in Crimea, combattere a Odessa. Tornare a casa.

Day 15-18: Entrare in Crimea, combattere a Odessa. Tornare a casa.

Scrivo le ultime righe di notte, su un treno dondolante che mi porta a kiev. Una luna lattiginosa mi segue dal finestrino sporco. Vagone letto comune, circa sessanta persone. c’è puzza. Ho del pepe nelle calze e non ho biancheria intima. So che le cose sembrano assurde e non collegate ma c’è un motivo serio e, ad ogni modo, mi sembra un gran bel modo di lasciare il paese.
Stefano dorme sulla branda sopra la mia, se cade si fa male.
Per il resto non credo che avrò mai la forza e la grazia di descrivere  in modo pieno ciò che ho visto e vissuto negli ultimi giorni.
Oltrepassare il confine della Crimea è  un momento di grande emozione sotto la pelle, fin nel midollo.
I militari professionisti fanno meno paura dei cani sciolti in piazza. Sono calmi e professionisti, quando però li vedi da vicino e bussano sul vetro della macchina con le nocche ricoperte dai guanti tattici, in modo lento e deciso, il piede trema sulla frizione lo stesso, e spegni il motore.
Guido io. Tengo il braccio sinistro sul volante, ci appoggio sopra la macchina fotografica settata in priorità di tempo 1:1500 qualunque cosa succeda. Il braccio destro sul cambio e su una gopro nascosta sotto il freno a mano.
Il paesaggio ti lascia tutto lo spazio che desideri per le tue paure, i tuoi pensieri . È l’alba, è piatto, acqua e terra si uniscono, è bellissimo.
A cinque chilometri dal confine c’è il primo posto di blocco con un uomo, un  carro armato e un po’ di sacchi di sabbia misti a blocchi di cemento. Devi rallentare, si passa uno per volta. Qui non ci sono copertoni impilati a muro perché, come mi insegneranno a Odessa i ragazzi della auto-difesa, non si usano come barriera, ma come combustibile per creare barriere di fumo. Per non farsi vedere, per non farsi attaccare. Ho parlato con decine di persone, ho capito la forza della resistenza fatta con niente. Fatta col cuore, col coraggio di non mollare mai, di organizzarsi.
Passato il blocco ucraino ci sono  trecento metri di spazio neutro prima del secondo, quello russo. È una frontiera nuova, coi mezzi di artiglieria pesante mimetizzati in modo perfetto, a tre metri da me c’è un carroarmato e nemmeno lo vedo.  Un questo piccolo spazio russi e ucraini sono a pochi metri di distanza. Ci fermiamo esattamente metà. Fotografare è assolutamente vietato, per questo facciamo finta, anzi chiedo con sorrisone, se possiamo fotografare il mare “as a memory”. Intanto sotto il braccio qualche scatto al volo lo prendiamo e la gopro fa il suo lavoro in compressione jpeg.
Improvvisamente i miei sensi vengono attratti da un rumore sordo e vicino. Poi ho paura, poi rido. I russi, sulla nostra destra lanciano dei bengala come a capodanno.
Fotografo questo fumo bianco di assurdità. Vogliono innervosire i nuovi vicini. Provocano, vecchio stile. Il gigante che stuzzica il nano.  Giriamo la macchina e ripassiamo la frontiera ucraina. Lo stesso soldato di prima ci guarda e ci dice “non vi è piaciuta la russia?” Ridiamo nervosamente e passiamo i blocchi di cemento, ci lasciamo la nuova frontiera alle spalle sospiriamo e urliamo un po’. La tensione si è sentita, i russi con quei petardi per “provocarci” ci hanno fatto capire la situazione meglio che in mille servizi in tv.
Piedone sul pedale, caffè e biscotti dai sedili posteriori e collo allungato sul parabrezza: 460 km a Odessa, entro le tre del pomeriggio per lavare e restituire la macchina a noleggio.
“Odesa” è una conchiglia  sporca aperta sul mar nero. Ha dei riflessi arancioni, viali alberati e la scalinata più famosa della storia del cinema (Per Fantozzi ovviamente, mica per Il vecchio montatore russo) e ogni passeggino che vedo mi viene voglia di buttarlo giù per vedere l’effetto che fa.
Le case del centro sono basse, ottocentesche. Potiemkin ricevette l’amoroso incarico da Caterina la Grande di fondare una città su questo mare, così balsamico che sarebbe stato la cura per la fredda Pietroburgo, ammalata di bronchiti varie. Il vecchio Grygory non fece nemmeno a tempo a posare la prima pietra, ma la città intraprese ugualmente  la sua strada sullo sbocciare del XIX secolo.
Oggi è una Napoli Ucraina. Ti ruba il cuore, se la accetti. A differenza del tirreno però, Le spiagge sono così brutte che non ci sono i gabbiani, ci sono i piccioni.
Politicamente è strategica in questo momento. Come tutto l’est e il sud dell’Ucraina è permeata da movimenti separatisti (cittadini ucraini che per motivi diversi vorrebbero separare una parte del territorio dalla madre patria e annetterlo alla Russia creando una “Federazione Ucraina”. Le città in questione sono ovviamente Donetsk e Luhanks a est, la Crimea – già annessa – e Odessa a Sud)
Ma Odessa è una città multietnica, c’è un porto enorme, i ragazzi vestono alla moda, parlano inglese.
Questa città e quello che mi capita attorno mi fa capire tutto, definitivamente.
Stiamo bevendo una birra in un pub sottoterra in pieno contro, un posto bellissimo ricavato da una vecchia fabbrica e pieno di giovani. Giocano, ridono, c’è un gruppo che suona.
Siamo seduti al bancone, dietro di noi passa una ragazza e sposta più aria di quella che dovrebbe spostare una signorina della sua stazza. Dietro di lei una bandiera giallo blu legata al collo, come un mantello la segue fluttuando.
Scopriremo il suo nome, che non posso fare, e la sua storia incredibile. Si sente in colpa, dice, perché anche lei è stata a Maidan, a Kiev. Ma dalla parte sbagliata. Era coi filo russi, prima della rivolta di gennaio, per provocare la gente. Semplici capannelli di persone che con le bandiere sovietiche si fanno vedere. E ci confessa, finalmente, che prendeva 300 hryvnya al giorno per farlo. (Circa 20 euro). Poi ha visto i ragazzi arrivare da tutto il paese, bloccare una città, costruire barriere e rimanere fermi, senza armi, senza paura, di fronte a un muro di corpi speciali schierati da Yanucoviych. Urlando l’inno nazionale e rivendicando il diritto di essere liberi e uniti sono morti in centinaia coi primi proiettili. (Tuttora i colpevoli materiali della strage sono sotto processo, fino a quando questo governo temporaneo rimarrà in piedi). Lei ha cambiato idea, ora, e va in giro con la bandiera sulle spalle, non che aumenti la mia stima nei suoi confronti, ma la cultura e la propaganda sovietica ha così tanto impatto su questi poveri paesi che è difficile per noi capire o giudicare.
In queste città, di notte, si parla solo di politica. I ragazzi si incontrano, sono tutti anti russi, anti Putin a essere precisi. Grazie a lei incontriamo Andreï e Gleb, un ragazzo di trent’anni  che fa padre del corpo di auto-difesa. In sostanza sono dei gruppi volontari, armati di scudi e protezioni che entrano in campo solo in circostanze di emergenza, quando c’è bisogno di proteggersi dallo schieramento filo russo. Non attaccano mai, per quello ci sono i Right Sectors, molto più preparati, un po’ fascistelli e molto incazzati. La polizia collabora, ovviamente, ora, anche perché dichiarare che una parte dell’Ucraina non è più ucraina è sostanzialmente un reato e quindi va perseguito.
Siamo troppo curiosi e in poche ore diventiamo amici, passeremo tre giorni a zonzo per Odessa con loro. Con Andrei, più moderato, andiamo in piazza della stazione, quartier generale dei filo russi. Chiediamo di entrare e parlare con qualcuno e ci troviamo di colpo in una tenda militare con vecchi, donne, una cantante lirica che fa le prove per il concerto del giorno dopo. Un paio di quelli che dovrebbero essere lì per aiutare sono già pieni di vodka. (Ad esempio, dalla parte opposta, durante gli scontri a Maidan i rivoluzionari controllavano tutti i partecipanti e non era ammesso l’essere ubriachi all’interno dei campi).
Comunque ci intortano: la Russia di qui, le vittorie di la, l’Ucraina  non esiste eccetera… La mia pazienza sta per esaurirsi perché sono tutti in contraddizione tra loro, tutti vogliono parlare. Ma alle domande un po’ ostiche che faccio come, per esempio, cos’è successo in Crimea oppure se, dopo essersi divisi dall’Ucraina vorranno una confederazione ucraina con un governo autonomo sotto l’influenza di Mosca, non rispondono.
Mi indorano la pillola con un riso e carne piccante e un bicchiere di vodka. Ci obbligano a brindare insieme alla vittoria di fronte a una macchina fotografia, guardo il povero andrei che ci sta facendo da interprete e ovviamente non può esprimere la sua idea. Ha le budella attorcigliate.
Facciamo cantare la cantante d’opera, portata dalla sua manager. Che foto incredibile sto per fare: una bambola gonfiata bionda, russa, vestita in abito da sera boccoli compresi che canta davanti a due fotografi italiani in una tenda di militanti separatisti a Odessa. Molto bene.
Usciamo, torniamo alla potiemkin dove c’è il raduno dei pro ucraini. Che contrasto, sono arrabbiati, ma normali. Non sono al soldo di qualcuno. Ci sono ragazzi, ragazze e gruppi più aggressivi. Si sta votando se andare o no a liberare il presidio pro-russo dove noi siamo appena stati, mi sento una spia. Li informiamo anche se sembra che stiano arrivando dieci bus dei corpi speciali per fare lo stesso lavoro. “bene!”, urlano.
I right Sectors ovviamente votano “si, attacchiamo” , gli altri votano “no, aspettiamo domani, sono in quattro gatti, li spazzeremmo via come niente, non creiamo violenza inutile”.
E in piedi di fronte a questa gente,  tre metri da loro, inizio a commuovermi. Forse perché sono appena stato dall’altra parte della barricata, forse perché li vedo mettersi in fila, ordinati, dei piccoli soldati vestiti in jeans e cappuccio. Rispondono “Da!” alle domande dei capi, al megafono, di fronte a loro. mi faccio tradurre da Andrei, sottovoce, questo momento mistico.
“Figli dell’Ucraina, siete pronti a lottare come i nostri fratelli a Maidan? Siete pronti a difendere la nostra cultura, a non lasciare ancora la nostra terra nelle mani del gigante? Siete pronti stasera a difendere la libertà che abbiamo appena solo sfiorato? Siete pronti a non perdere Odessa?”
“Daaaaaaa!!!!!”
Un vecchio con una aurea addosso da squarciare il cielo fino a Istanbul,  prende il megafono e intona l’inno nazionale.
Mano sul cuore, i lampioni gialli, il silenzio. Mi scappa una lacrima, penso a quanto poco hanno in questo paese e a come lo difendono strenuamente. Penso ai nostri mondiali di calcio, a come ci facciamo passare tutto sotto il naso senza fare niente. Se dieci di questi qua fossero in italia e vedessero la faccia di Previti, avrebbero già fatto saltare in aria mezzo bel paese.
Stasera niente scontri, la la tensione è stata tanta. Ci ritroviamo nel nostro “covo” coi nostri amici a parlare di politica, ancora. Li stimo con tutto il mio animo. Sono fotografi, avvocati, Videomaker, insegnanti, studenti. Sono solari, calmi, democratici. Ma sono inferociti come dei puma.
C’è una specie di serata a tema, non capisco una parola ma due ragazzi in mezzo al locale fanno domande al microfono e dai tavoli si alzano le mani e si risponde. Cioè, i ragazzi si ritrovano in un locale pubblico, ordinano una birra e giocano tutti insieme. Troppo per me stasera, non so più come trattenere la commozione.
Mi viene in soccorso la visione di un rabbino con tanto di barba e capelli spessi nell’angolo del locale, che tiene il punteggio della partita.
La visione diventa mistica e ornata di musica a tema all’ingresso in pompa magna di Darth Veder e Chewbacca. Giuro, è successo e ne ho le prove. (Se interessa, in realtà alle prossime elezioni si è davvero iscritto un personaggio geniale vestito da Darth Veder, che promette di essere ovviamente inflessibile coi “separatisti” . Evidentemente questa sera è ospite in questo bel locale di matti.)
Ci ripromettiamo di riposare, di rallentare il ritmo. Abbiamo una casa al decimo piano di un muro di venti piani. Dormiamo ancora male, siamo acciaccati e stanchi.
Andiamo a vedere marcati e spiagge.
Tocchiamo con mano ancora di più l’animo di questa gente. andrei e Gleb ci vengono a prendere in macchina, ci portano con loro e altri amici a fare il bagno russo. (una magica via di mezzo tra la sauna e il bagno turco) in una casetta di legno con fuoco vero e tanto caldo. C’è da mangiare, un paio di birre, miele rigorosamente ucraino e un laghetto gelato fuori per buttarsi dopo aver raggiunto temperature da fusione nucleare.
Ovviamente dopo ci si ritrova tutti a casa di amici di amici, passiamo al supermercato, compriamo quel che più assomiglia a guanciale e parmigiano, cucino una carbonara di dio. (Faceva abbastanza schifo, ma non potevo fare di meglio usando il grasso al posto della pancetta e della specie di emmental chiamato “parmissano”)
Non ho le mutande, perché sono ancora bagnate dalla sauna nello zaino, rovescio il pepe per terra, ridiamo, parliamo dell’Italia, ci accompagnano tutti in stazione. Siamo in otto.
Stanno con noi un ora al bar di fronte a questo treno russo, sul quale sono ora, in  legno scuro  e bellissimo.
Metto un piede sulla scaletta, dopo gli abbracci sinceri e fieri, mi giro verso di loro e urlo “Slava Ukraini!!!” e loro, uomini e donne, sul binario 4 della stazione di Odessa tutti insieme: “Heroy Slava!”. (Onore alla’ucraina! Onore agli Eroi!)
Grazie a tutti, voi, eroi poveri che mi avete insegnato cosa significhi essere fieri e consci di quello che si fa, di come lo si fa.
Siete nati e vissuti costantemente in guerra, in rivoluzione, come i vostri fratelli Polacchi e Georgiani.
Ho imparato come ascoltarvi, come in ogni bianco ci sia del nero e viceversa, come farmi un’idea precisa, come essere veloce e perspicace in pochi secondi. Come fotografarvi, mentre avete un bastone in mano senza darvi fastidio.
Grazie alle vecchie e ai bambini dei villaggi centrali, delle steppe immense. Della loro lucida ignoranza.
Grazie all’est, ai filo russi, perché oltre ai prezzolati ci sarà anche qualcuno di convinto, che si sente orfano della propria grande Madepatria.
Grazie a Kiev la grande, la combattente, il faro della rivolta. La vista di Maidan, dall’alto, non la dimenticherò mai. Un campo di guerra di chilometri a cielo aperto. Si sente ancora nell’aria, quell’inferno.
Grazie ai miei compagni di viaggio, a Stefano, ai giornalisti di tutto il mondo che ho incontrato, ai proprietari di locali, palestre, case, negozi che mi hanno aperto le porte e il cuore per infinite chiacchierate.
Grazie a tutti i nuovi amici che non dimenticherò mai.
Grazie a te, terra immensa e poverissima, spero di ridarti una piccola parte di ciò che ho preso. Te lo prometto, dalla comodità della mia poltrona italiana, ti renderò onore.
Slava Ukraini.
Mauro.
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2 Comments
  • N
    Posted at 23:43h, 11 aprile Rispondi

    “Una sensazione continua di gioia mista ad ansia, con quelle ragnatele che ti tengono legato alla tua tana; più ti allontani più tirano. Poi si spezzano di colpo. E sei libero”.

    o…

    tana (rectius, Nido) che avviluppi, sperando e lottando affinchè regga.
    Giorno dopo giorno, regge ed evolve.
    E, ci credi e scommetti (“all in”), sarai libero.

    Due parole… BELLO, COMUNQUE

    PS: video/testo/foto che sia, la sostanza è palese…bravo!
    …ma i dubbi, if any, erano pochi..

    • mauro
      Posted at 10:31h, 22 aprile Rispondi

      Amico mio, dietro quella “N” si nasconde una grande anima che va ritrovata…
      “All In” una delle prossime sere, ma seriamente perchè i fili della ragnatela si sono rotti…
      Mauro.

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