Day 10-11 : Kharkiv la cosmopolita e il confine del nulla.

Day 10-11 : Kharkiv la cosmopolita e il confine del nulla.

Kharkiv è una linea di luce gialla all’orizzonte, sfocata, irregolare. Ho il piede destro piantato nel radiatore da ore e ciò che vediamo sembra un miraggio traballante.
Il fondoschiena mi comunica che c’è qualcosa che non va, qualcosa è cambiato. Ah, ok, è il manto stradale che finalmente ha una percentuale di asfalto rispetto ai crateri di terra superiore al 50%.
Ci aveva avvertito anche l’ambasciata italiana di evitare Kharkiv. È la prima roccaforte del movimento pro-russo, città enorme, metropolitana intasata e la notte lunga e fredda dell’est.
Invece ci entriamo e sembra una piccola Parigi, almeno il centro. Ci sono le lucine colorate fuori dai locali, i bar, gli alberi ai lati dei viali.
Qui, effettivamente, nascono i movimenti più innovativi dell’Ucraina a livello culturale. Indie bands, musei, nightclub. Le persone fanno la fila ordinatamente in attesa del bus.
Cambiamo strategia, aggiustiamo il mirino, risettiamo mente e bloc-notes.
Devo capire, devo chiedere, devo diventare fluido. Ma a queste temperature è difficile. C’è la vodkina a tre euro a mezzolitro ma non è alleata della stanchezza.
Poi le cose accadono come per magia, si mostrano.
Casa nostra è a fianco a un negozio-barber shop-tattoo studio chiamato Chop Chop. Il logotipo attira immediatamente il mio occhio forgiato in via Berthollet: tondo, bianco su nero, carattere “bastone” a kerning elevatissimi.
Mi accoglie Abbas, pelle troppo scura per queste terre, sopracciglia troppo alte e occhi troppo profondi. È iraniano. Emigrato in Ucraina per studiare interior design a Kharkiv (essendo stata la prima capitale della nazione, vanta le migliori università del paese, tra cui un antichissimo Politecnico di stampo “sovietico”) e fa il parrucchiere, l’art-Director, il grafico e il boss di questa navicella spaziale occidentale in perlustrazione. Sembra di essere a Shroderich; mattonelle bianche, specchi antichi, legno per terra, scarpe fatte a mano da uno dei ragazzi della “crew” e una Tattoo room nel retro. Ci sono i frigoriferi pieni di birra e per noi è tutto gratis. Prendo appuntamento per il giorno dopo: tatuaggio, taglio e foto. No, ok, solo foto.
Quel che vedo funzionare sulle sedie da vecchio barbiere è una fabbrica di hipster. Ne passeranno venti all’ora. Penso a Ford e alla serie “T” della vergine America anni 30. Qui dentro i ragazzi entrano ucraini con la carrozzeria di una Trabant russa ed escono alla moda, i primi del paese. Scriminatura perfetta a destra o a sinistra, indipendente dal colore del cuore, giallo-blu ucraino o rosso Armata.
Una ragazza accetta di farsi fare un tatuaggio in mia presenza, è festa. Spero di portare a casa qualcosa di unico, mentre penso alla scena di Fight Club quando Bob tagliava i capelli ai nuovi arrivati nella casa del doppio Durden. Li omologava.
Poi fa sempre più freddo, e in piazza Lenin c’è la statua di Lenin. La bellezza architettonica del monumentalismo sovietico sta nel fatto che ti senti piccolo, ma insieme a tanti altri piccoli. La piazza è lunga 750 metri e si appella il titolo di seconda piazza più grande del mondo, dopo Tienanmen; mettila come vuoi, ogni città del mondo deve dire che la sua piazza è la più grande del mondo o quasi, una sindrome pelvica dei Suv in piazza.
È comunque abbastanza grande per contenere separati due gruppi di persone e, per la prima volta, vediamo delle bandiere russe sventolare sopra uno dei due. Hanno un banchetto per le firme e circa settant’anni a colbacco. Gli chiediamo cosa vogliono, loro rispondono palesemente: “Noi siamo Russi, siamo sempre stati Russi. L’Ucraina non esiste, non è mai esistita come terra. Maidan è una fogna di fascisti che non ci rappresentano, come non ci rappresenta questo governo di banditi, filo occidentali. Non vogliamo la Nato nei nostri confini, Putin ci salverà.”
Andiamo bene. Comincio a capire che questa gente è pagata mensilmente dal governo russo per provocare, per stare in piazza. Come, alla fine, sono stati pagati i peggiori elementi a Maidan. Crei i due schieramenti, li paghi entrambi, e scateni la guerra civile. Poi entri in capo e dici: ok, ragazzi, dai basta fate la pace e ci pensiamo noi. E ti prendi tutto.
Continuo a cercare disperatamente un cavo FireWire che mi risolva un problema che più torinese non si può e continuo anche a non trovarlo. In Ucraina non esiste il FireWire e i cartelloni pubblicitari dicono che l’ultimo Gillette è il “Mach3”. Presumo che “Mach5” e FireWire arrivino nel 2016, sempre che la Russia non invada questi confini che posso scorgere tra i palazzi della periferia, dove mi butto con la foga di un taxi nero. Ha anche i vetri neri e fosse un po’ più lungo mi accenderei un sigaro e aprirei la porta davanti al centro commerciale come Puff Daddy.
Ovviamente di FireWire non se ne parla ma in compenso altri tasselli si incastrano nella mia mente: Alex, 21 anni, ha aperto il suo negozio di “cover per cellulari” da due anni. Facciamo due chiacchiere, ha una mela mozzicata sulla vetrina, ma non c’è traccia di Cupertino qui dentro. Però le idee sono molto chiare:  come tanti ragazzi che incontreremo per le strade e per i locali di questa città multietnica anche lui ha genitori Russi. Filo russi, pure. Lui è filo Ucraino e ha una sola preoccupazione: non perdere il lavoro, il negozio che ha aperto senza l’aiuto di nessuno. Odia i russi perché, dice, non hanno nulla per centinaia di chilometri oltre il confine – e fa segno con la testa fuori dalla vetrina – e vengono qui, da noi poveracci a comprare vestiti, cellulari, gioielli. Non ci considerano che scarti.
Un bambino di nove anni suona in maniera devastante un preludio di Listz facendo pubblicità a una Skoda parcheggiata sul palco. Il padre gli gira le pagine dello spartito e mi guarda male.
Io e Stefano troviamo la Forza, ogni sera, di andare a bere un bicchiere dopo cena. E ogni volta ci ritroviamo in situazioni surreali.
Kharkiv si accascia ai nostri piedi con un pub sottoterra. Si entra da una porticina e una scaletta stretta emana odore di birra. In fondo, sul pianerottolo che gira a sinistra c’è un poster gigante di Shwarzenegger. Saremo mica finiti nel l’unico locale gay a est del Danubio. Per carità, sarebbe anche un grandissimo reportage, ma chi lo racconta ai miei amici che sono tornato dall’UCRAINA con delle foto di ragazzi gay?
No, ok. Solo birra e partite di calcio.
Però il padrone è russo e la sua specialità, oltre a bere, è cucinare del pane nero, fritto, bruciato in padella e ricoperto di aglio soffritto. Un piatto, grazie.
Ci sono delle panche di legno che mi dividono da Yuriy e i suoi amici, venticinque anni, più o meno. Altre chiacchiere. Usciamo a fumare una sigaretta, voglio riprovare la tempratura del mio corpo con un altro sbalzo 38-2 gradi.
Yuriy ha i capelli rasati, un ciuffo a cresta – non è cliente del Ciop Ciop – e gli occhi di ghiaccio. Fa il video-operatore e il giorno dopo ha tre esami all’università. È buono come il pane, freddo come una lama.
È nato in Russia, al confine con la Cina, si è trasferito da piccolo in questo cubo di ghiaccio di Kharkiv. Gli chiedo da prassi la sua idea a proposito della situazione.
Mi dice con lo sguardo più lucido che abbia visto da queste parti: “Sai, my friend, io ho tantissimi amici in russia. Pietroburgo, Mosca. I miei sono russi, io sono Russo. Io amo la Russia. Ma vivo in Ucraina, la mia scuola è russa ma mi ha insegnato le tradizioni Ucraine. Io sono cresciuto qui e quindi, dovesse essere necessario, il mio amore per la mia patria sarà  più forte della paura dei russi. Sono immensi confronto a noi, ma combatterò fino alla morte. Poi ho i capelli rasati, vedi, e sono stato a Maidan. Il giorno dopo ho perso tutti i miei amici russi, mi hanno cancellato da Facebook, dal telefono, dalla loro vita. Mi hanno detto che sono un nazista.”
Scrolla le spalle e si sposta il ciuffo, mentre aspira una sigaretta congelata lo sposto contro una cancellata metallica e gli scatto una foto con la compattina scassata.
Quanto è difficile capire l’uomo, a maggior ragione fotografarlo.
E pensando a tutto questo maciniamo ancora chilometri perché non ci basta l’aria di confine, lo vogliamo proprio vedere coi nostri occhi.
Ne facciamo quasi trecento per arrivare, in una notte acerba e bagnata di neve, a ridosso delle luci bianche della terra sconfinata e minacciosa dello Zar.
Gli ultimi chilometri sono una bellezza, però. Tundra. Piatta, verde, senza coltivazione, senza alberi. Pale eoliche e case abbandonate.
È un contrasto senza tempo, senza ragione. Da quella linea in poi c’è ancora terra, ancora più sconosciuta, ricchissima, potente, sanguinante.
Scattiamo quasi di nascosto, le guardie ci vengono incontro chiamate da megere spione.
Scappiamo, piove, non teniamo gli occhi aperti. La destinazione è Donetsk, che dicono esistere tra duecento chilometri di buche e strade senza luci per risparmiare, e senza guardrail e segnaletica orizzontale per morire.
Perdiamo una coppa dalla ruota anteriore destra. La troviamo appoggiata, sotto la pioggia, a una catapecchia buia.
Inizia a mancarmi casa, il caldo e la gente che falsamente sorride. Qui non ride nessuno. Queste ultime sei ore mi hanno fatto vedere il posto più triste della mia vita. Pensare che ci sono state persone che l’hanno persa, la vita, per difenderlo, mi fa alzare il volume del mio occidentalissimo iPhone e premere ancora di più il piede sul gas di Putin.
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2 Comments
  • andrea
    Posted at 00:26h, 22 aprile Rispondi

    Ciao,

    mi affascina la russia l’ucraina. Cìè un raduno per la pace di tango a rgentino dal 1 Maggio , io lo ballo, volevo andare ma la situazione sembra precipiti?! Più che altro temo di non sentirmi libero di girare da solo magari la sera incontri un gruppo di antioccidentali ubriachi e ….chissà….forse non è il momento…non penso entreranno i carri armati anche se oggi 21 al TG non buttavano buone notizie, ma non credo spareranno semmai è il rischio aumento della rabbia il ritorno occidente contro ex Urss che potrebbe essere poco accogliente. Che dici? Mi dirai e allora perché ci vuoi andare? perché mi piace la storia , la russia o ciò che è ex, le donne loro, i posti brutti al confine del mondo, essere nel fatto…ma non vorrei trovarmi li in giorni troppo sbbagliati….)))e tu che ci facevi li?

  • mauro
    Posted at 10:29h, 22 aprile Rispondi

    Ciao Andrea, la situazione nelle regioni occidentatali è molto tranquilla, nelle capitali (Kiev e Odessa in particolare) si riscontrano manifestazioni e tumulti di rimbalzo rispetto alle azioni che accadono nelle regioni dell’est. E’ molto lunga da spiegare ma troverai molto materiale su tutti i maggiorni quotidiani.
    Il mio consiglio è di andare tranquillamente, essere aperto e parlare con la gente. Anche in casi estremi basta fare dieci passi indietro e non sei in pericolo.
    E se hai paura che i russi “invadano” il territorio, beh… almeno per un po’ vai sereno.

    M.

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