Day 1. Turin – Kiev

Day 1. Turin – Kiev

Ho dormito profondamente e mi sono svegliato prima del suono legnoso dell’allarme sul comodino, vibrazione e rumore combinati in un unico ricordo che odora di cherosene e passaporti.

Una sensazione continua di gioia mista ad ansia, con quelle ragnatele che ti tengono legato alla tua tana; più ti allontani più tirano. Poi si spezzano di colpo. E sei libero.

Voliamo verso Istanbul, siamo in due, io e Stefano, bravo fotografo e spero buon compagno di avventura. Ha senso volare fino a Istanbul da Torino per poi andare Kiev? Sì, per svariati motivi: in primis come al solito la Turkish Air è una compagnia aerea che sa il fatto suo. Significa mangiare bene, dormire e avere tutti i bloody mary del mondo a disposizione. Poi la certezza che sul secondo volo Istanbul – Kiev incontri i personaggi più assurdi della storia dell’uomo. Parlo del primo applauso al decollo che io abbia mai sentito. Senza considerare il mix di lingue improbabili che urlano dietro alle hostess. Russi, ucraini, turchi, e noi.
Al mio fianco infatti noto subito un vociare molesto in una lingua di confine. Occhi buoni, verdi, pelle scura: Nikolas. Pilota moldavo ex militare, da dieci anni in Africa a portare turisti su un bi-elica tra Kenia e Tanzania. Lo scopo di Nikolas, su questo volo, e farci finire con lui la bottiglia di J&B che ha appena comprato e che non vuole assolutamente tocchi suolo Ucraino ancora piena. E vagli a spiegare che siamo già cotti. Niente, ti guarda male. E in Moldavia si versa da bere solo col bicchiere poggiato su un piano orizzontale, se lo tieni in mano, per aria, non vale. Ok, Nikolas, ce la posso fare.
E poi arriviamo a Kiev e non so ancora bene cose dire. L’aeroporto è un classico internazionale moderno, asettico. Ma qualcosa nell’aria ti dice che sei ad est. Molto ad Est. Tipo che non riesci manco a leggere “toilette” perché è scritto piccolo sotto dei caratteri cirillici.
La nostra fixer, Oksana, ingaggiata dopo settimane di preparativi ci fa trovare un taxi privato fuori dal terminal, meno male perché non vedo bus e tantomeno metro o treni. Solo taxi, bianchi.

Ci avviciniamo a Kiev con rispetto, in silenzio. Ci sono due telefoni cellulari che il nostro autista tiene incastrati nel volante, tra il clacson e il cerchio esterno dove poggia le mani enormi. Forse ha comprato questa vecchia Opel solo per tale comodità.

La strada è liscia, non fa rumore, ne vorrei di più forse. Vorrei più rumore. Che mi faccia rendere conto che questo è vero, che a 20 chilometri c’è la capitale dell’Ucraina, dove poche settimane fa sono morte decine di perone in piazza per difendere una terra che ancora non ho capito. E invece traslo su queste sette corsie di asfalto perfetto e liscio, nero come la notte. L’unica macchia bianca è alla mia destra, verticale e punteggiata di nero. Un bosco di betulle, meravigliose spettrali creature che bevono ancora dalla terra infestata dal Reattore 4 di Chernobyl.

Tutto sembra come quando andavo a casa a Budapest, dal Ferihegy. Stessa sensazione e un passato tristemente comune tra queste steppe al confine europeo estremo.
Poi tutto cambia, di fronte a noi un muro di luci quasi rumorose; la scena iniziale di Blade Runner, solo che sono a terra, non sto volando. La periferia sovietica di Kiev, i palazzi socialisti che fanno da bastione. Immensi, coi piani bassi e le luci gialle nelle camere da pranzo. Venti piani di formiche davanti al televisore.
Finiscono gli scheletri di cemento armato, c’è una zona franca prima della città. C’è un concessionario Porsche. Credo che la mia idea di cercare le Due facce di questo paese, la ricca e la povera e capire cosa vogliono, trovi terreno fertile.

Entriamo in città come un proiettile nero, apro il finestrino e respiro aria malsana. Sono cinque milioni di abitanti. Di colpo il driver frena. Alzo gli occhi: gomme accatastate, mattoni. Gincane da percorrere a passo d’uomo. Ci fermiamo alla prima barricata. Ci sono persone normali che vanno in bicicletta a 20 metri da rivoluzionari in mimetica che presiedono questo tempio della lotta armata. Ci sono fiori e lumini accesi per ricordare le vittime di un mese fa in piazza Maidan.
Tutto questo non sembra vero, palazzi di fine 700 adornati di pneumatici, barili e mattoni.

Arriviamo in ostello, tutto sembra tranquillo, c’è la musica. Ci sono i ragazzi che ridono, parlano, vivono.
Questa è gente che è abituata a lottare, hanno una luce triste negli occhi. Mi chiedo se saprò riconoscere uno sguardo russo da uno ucraino. In attesa che il sole sorga e che mi aiuti a vedere meglio, domani, penso a come una terra possa essere dilaniata dall’uomo, per ragioni che vanno oltre la mia misera immaginazione.

 

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