Day 3 – Kiev and the Suburbs

Day 3 – Kiev and the Suburbs

La seconda notte di sonno incerto mi fa muovere i primi passi verso Maidan con la grazia di un sovrappeso americano in coda al KFC.
Sono sfatto e ho dimenticato lo shampoo nella doccia.

Il crocicchio della rivolta ha dormito nelle tende come negli ultimi tre mesi, tutto sembra tranquillo, e il cielo è un soft box grande come la Russia, bianco, 4450 gradi Kelvin esatti.
Voglio andare in periferia, ci sono i bus piccoli e gialli, con le porte che non si chiudono bene e il tappeto sul vano motore di fianco all’autista dove sedersi quando non ci sono più posti liberi – sempre – come sul mio vecchio Colonnello.
Sto per lasciare Stefano e andare alla metro quando vedo un ex negozio di cosmesi (o similari) proprio di fronte alla colonna dell’indipendenza. Le finestre sono cieche, coperte dall’interno da cellophane ghiaccio opaco. C’è una scritta color sangue al contrario sul vetro sopra il voltino della porta, in inglese: “ambulance”.
Entro, è il “pronto soccorso” da campo, dove portarono diverse decine di feriti da novembre a febbraio. Voglio pensare che una gentile signora proprietaria di un negozio che vendeva rossetti e mascara ha deciso, in una sera di ghiaccio e neve, di concederlo in uso ai ragazzi di Maidan, chissà. Magari invece è stato squottato coi lanciafiamme e ora il proprietario sta facendo un corso di pilotaggio di Mig per riprenderselo.
Comunque sia, dentro troviamo Tatiana, canini d’oro e una laurea in medicina generale, tuta rossa e sguardo allegro, e Oksana, oftalmologa con addosso il camice da camera operatoria e guanti di lattice. Ci dicono poco ma ne hanno viste molte di piu’.
Entra un vecchio, ha la tuta mimetica ucraina addosso, ha male a una gamba. Ha la gamba fasciata. Ok, non guardo, ok, guardo. Ok, facevo meglio a non guardare.

La metro 2 mi lascia a una stazione che non so pronunciare ( Petrivka ) ma che riconosco per i numeri sequenziali che hanno messo alle stazioni per i mondiali di calcio. Vedi che il calcio serve? Pure Renzi, per fare bella figura al primo appuntamento, alla Merkel mica ha portato il gelato di Grom ma la maglia della Fiorentina.
Il malumore mi assale perché esco in una Medina Ucraiana, un mercato di chilometri. Ho un lavoro da fare, ma prima devo assolutamente comprare un orologio militare e fare la pipì, dove non lo so. Però l’esigenza mi porta in un “Fasion Market” che è una bellezza. Migliaia di capi in pelle, scarpe, maglie di colori che la mia gamma tonale non percepisce come possibili, il tutto in vendita a quattro euro. Non compro nulla, giuro.

Devo andare a cercare il bus giusto e arrivare in periferia.
Esco, chiedo a due ex pugili in pensione da tre giorni – a giudicare dall’aspetto – che bus devo prendere per andare qui, e gli mostro la mia agenda con scritto il nome in cirillico di una via, datomi ieri da Vera, grande giornalista.
Ridono, si guardano, parlando la lingua del diavolo e pure al contrario, e scrivono sul vetro sporco di una macchina parcheggiata il numero del bus: 192.
Ok. Lo troverò.

Il bus, appunto, è un minibus. Giallo, e talmente sgangherato che ho paura possa rompersi a ogni tombino. L’autista non ti guarda, gli dai solo i soldi (circa 8 centesimi di euro, ripeto: ottocentesimidieuro) e parte. Il cruscotto è ricoperto di stracci che grondano olio motore, radio, pacchetti di sigarette, peluche. Tutto ok.
Scendo alla fermata che mi sembra avere avuto più successo sul volto impassibile di “Guido” e mi ritrovo davanti uno spettacolo architettonico non indifferente.
Provo a descriverlo così, per ricordarmelo in futuro.
Allora: un rigagnolo a lato della strada a 6 corsie. Della gente che pesca, giardinetti senza erba e poi, sullo sfondo, la parallasse verticale mi annebbia la vista. Un muro di cemento alto 70 metri, un formicaio, decine di torri, il cielo si copre. Respiro, mi infilo nel sentiero e nascondo la macchina fotografica sotto la giacca. Scoprirò dopo pochissimo che è più sicuro della Crocetta.

Sasha il biondo e l’amico senza denti mi scroccano una sigaretta, facciamo amicizia in una lingua di gesti. Gli spiego che voglio, anzi che devo assolutamente salire sul tetto di una delle torri. Ridono, dicono ciao e vanno via. Ottimo.
Non mollo e proseguo alla prossima torre, perché al piano terra c’è un manifesto con una ragazza che sorride tutta pettinata e sembra esserci scritto qualcosa come Lancolm, ma forse devo solo dormire.
Suono, entro. Ok, è davvero il parrucchiere del quartiere, proprio dentro una delle torri. C’è un vecchio che ha appena finito di farsi tagliare i capelli, forse lo fa lì da quarant’anni.

Sto cercando architettura sovietica residenziale anni settanta e questa, indubbiamente, lo è.
Nessuno mi vuole far salire sui tetti, molesto qualche portinaia chiusa nelle gabbie al piano terra, niente da fare: “niet!”
Alla fine, disperato, sembro un pedofilo, mi aggiro nei giardinetti e attacco bottone con 3 ragazzi: Alexander, Pasha e Lera. 14 anni, brufoli e cuffiette nelle orecchie.
Alex conosce qualche parola di inglese e alla fine mi infila di soppiatto in una torre. Gli prometto in cambio delle foto.

L atrio al piano terra lo vedo dopo qualche secondo, è così buio che devo aspettare che si apra la porta rumorosa dell ascensore perché entri una lama di luce, e sembra quando in Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo si apre lo sportello ed esce il ragnone bianco, e Truffaut gongola tutto.
Premiamo l’ultimo tasto, diciotto.
Usciamo sulla terrazza fatiscente e la vista da lassù non è bella, ma lo è. Un essere organico cubico di calcestruzzo  e calcinacci sdraiato sotto di noi, per chilometri. Migliaia di famiglie.
Faccio un paio di scatti, diaframma chiusissimo. Poi mi giro, loro sono felici di questa vista, perché magari qualche mese fa, qui, ci hanno pomiciato per la prima volta.
E io che ogni tanto, fighetto idiota, mi lamento un po’ viziato del palazzo a Mirafiori dove sono nato, perché è grigio e alto.
Ma almeno, dal balcone si vedevano le montagne, la Fiat e i prati.

Tags:
No Comments

Post A Comment